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Intervista esclusiva a Cristiana Astori
Scritto da Luna Saracino   
Thursday 17 February 2011

In breve Una lunga chiacchierata con Cristiana Astori: scrittrice, sceneggiatrice di graphic novel, traduttrice ma anche bibliotecaria. La “nuova” leva dell'horror nostrano non solo ha talento da vendere, ma anche una fortissima personalità.

 

Non è facile approcciarsi a un'artista come Cristiana Astori. Scrittrice, sceneggiatrice di graphic novel, traduttrice ma anche bibliotecaria, la “nuova” leva dell'horror nostrano non solo ha talento da vendere, ma anche una forte, fortissima personalità, che traspare e trasuda (quasi letteralmente) da tutto ciò che scrive, trasmette e, in qualche modo, interpreta.

Per questo motivo, dunque, cercheremo di avvicinarci a lei in punta di piedi e piano piano scoprire insieme tutto quello che si nasconde dietro una scrittrice del suo calibro: quello che non riusciremo a scoprire, beh... proveremo ad immaginarcelo!

Una vita avvolta nel mistero, la sua? Non necessariamente. La cosa certa è che al nome di Cristiana Astori (cor)risponde un personaggio singolare, curioso, bizzarro ed irresistibilmente autoironico, dotato di un forte carisma e di un amore viscerale (e mai termine fu più adatto di questo) per il cinema horror e dark a 360°.

Nata e cresciuta in Piemonte, la regione italiana mistica, magica ed esoterica per eccellenza, Cristiana Astori ha, forse, subìto fascino e influenza dei numerosi detti che ancora oggi circolano sui misteri legati a Torino e alla sua regione, tanto da fare del mistero, del cupo, dell'oscuro, un vero e proprio mestiere.

 

 

Intervista a Cristiana Astori

 

Dal momento che non è facilissimo reperire informazioni su di te, comincia col raccontarci semplicemente chi si “nasconde” dietro il nome di Cristiana Astori.
Beh, fondamentalmente sono una a cui piace raccontare le storie che le passano per la testa. È sempre stato un mio chiodo fisso, fin da piccola. Sono sempre stata tra le nuvole, ma anche testarda. Figurati che alle medie mi ero accorta di avere le stesse iniziali di Agatha Christie, ma capovolte. Mi ero cacciata in testa che fosse un segno, dovevo per forza scrivere roba misteriosa. Così mi sono comprata un quadernetto e da lì...

 

Poi, qualcosa, dentro di te ti ha detto: voglio studiare psicologia. Cosa ti ha spinto a prendere questa decisione? Credi che questa tua propensione ti aiuti a tradurre i tuoi personaggi, le tue ambientazioni, i tuoi racconti nero su bianco?
Alla fine del liceo ero indecisa tra lettere e psicologia, ma scegliendo la prima temevo di diventare insegnante. Detestavo l'idea di dover costringere gli allievi a studiare materie obbligatorie, e poi lo studio della mente umana mi incuriosiva parecchio. E mi è, appunto, molto utile per la scrittura. Se un personaggio è costruito in modo implausibile, il lettore non si immedesima e la storia non funziona. Senza contare che raccontare le deviazioni della psiche è divertente!

 

 

Come si mette in moto il processo creativo per Cristiana Astori? Ci sono dei “riti” che compi nell'attesa che arrivi l'ispirazione oppure cerchi sempre di affidarti a una sorta di flusso di coscienza?
Se sono in giro e mi viene un'idea la segno su un'agenda, altrimenti in cucina ho una lavagnetta su cui attacco un post-it ogni volta che mi passa qualcosa di strano per la mente; quando necessario, l'appunto giusto si può tramutare in racconto. Se proprio l'ispirazione non arriva, allora mi affido a un tè magico di nome Pu-erh: ha un gusto un po' strano, ma i risultati sono garantiti!

 

Si dice che il miglior esercizio di scrittura sia la lettura. Cosa legge Cristiana Astori? Ha un suo genere, un suo autore preferito? C'è un libro che ti rappresenta come fosse una coperta per Linus? Non so, un libro che hai letto già mille volte ma che leggeresti ancora senza mai stancartene?
È difficile delimitare un genere. Mi piace chi scrive in modo diretto, senza fronzoli e descrizioni barocche, ma ti sa conquistare in poche righe e a quel libro ci pensi tutto il giorno e ti ossessiona, finché non lo finisci. Un po' come succede in amore. Gli autori che mi hanno fatto innamorare sono molti, troppi. Adoro la perversione di Poe e il rigore di Calvino, la prosa sanguigna di Lansdale e il sarcasmo di Westlake, i coinvolgenti drammi di Shakespeare e lo spirito avventuroso di Salgari, senza contare la cattiveria di Jim Thompson e il realismo umano di Manzoni. Ma il mio primo colpo di fulmine, a quattordici anni, è stato Stephen King. It è un libro perfetto, senza di lui non avrei mai pensato seriamente di mettermi a scrivere.

 

Hai cominciato la tua carriera di scrittrice pubblicando diversi racconti per varie raccolte: dall'antologia americana Lives of Modern Saints (Black Arrow) ad Anime nere reloaded (Mondadori), fino a Eros & Thanatos (Mondadori), passando per il vampirico La sete (Coniglio Editore) eccetera. Qual è il motore centrale che anima i tuoi racconti?
Molti sono incentrati su quello che Poe chiama “il demone della perversità”, quell'attrazione/repulsione che proviamo quando siamo sull'orlo di un precipizio e una sottile vertigine ci accarezza e ci fa desiderare di gettarci giù. In breve, racconto di personaggi a cui tutto andrebbe okay, ma che all'improvviso decidono di lanciarsi nell'abisso. Spesso per denaro, sovente per amore, sempre per curiosità. Ci vuole davvero poco a incasinarsi la vita.

 

Da studiosa di vampiri, soprattutto dal punto di vista del loro gender, mi piacerebbe sapere che posizione hai tu nei loro confronti. Ti piacciono? Ti affascinano? Credi che possano rappresentare, in un certo senso, lo smarrimento e la ricerca di un'identità tipica della società contemporanea?
Quando mi piacevano i vampiri, molti mi prendevano per una freak fissata con l'orrore. Ora invece sei freak se non ti piacciono. Sei uno che non vede i telefilm giusti, che non legge i libri giusti. La nostra società ha vampirizzato i vampiri, proprio come Dracula con le sue vittime. Prima le corteggia, le seduce, infine le distrugge. Oggi, infatti, la società si è appropriata del mito del vampiro: l'ha diffuso tra la gente, ma l'ha anche snaturato, riducendolo a un innocuo ragazzetto che luccica di giorno e flirta con la compagna di banco. Ne ha addomesticato la cattiveria a suo uso e consumo e anche il potenziale mitico si è perso.

 

Preferisci un'idea di vampiro che si affidi alla tradizione gotica come quella di Anne Rice, oppure preferisci un vampiro moderno come quello di Charlaine Harris? A questo scopo, raccontaci anche un po' di cosa parlano Ti piace il sangue? e Tu mi fai sangue!, presenti rispettivamente nelle raccolte Anime nere Reloaded e La sete.
Be', dovessi scegliere tra la Rice e la Harris, propenderei per Laurell K. Hamilton, la creatrice della saga di Anita Blake, che mescola azione, horror e ironia, e dei vampiri ne mette in evidenza il fascino, ma anche le piccole meschinità. Infatti, per me, il vero vampiro è un essere che per vivere ha bisogno del sangue altrui. Un mostro dipendente dagli altri, da cui trae il suo nutrimento. Metaforicamente un essere privo di identità e opportunista, che seduce le sue vittime per il proprio tornaconto. A parte la sensualità, finalizzata alla sua indole predatoria, non c'è nulla da invidiare in lui, niente di buono, niente di onesto, niente di romantico. Così sono i personaggi di Ti piace il sangue, ragazzi superficiali che senza i soldi, le firme e la maschera di finti vampiri gotici non hanno sostanza. Tu mi fai sangue! è nato invece come la versione ironica di Ti piace: in quel periodo mi chiedevano di continuo storie di vampiri, così mi sono divertita a prenderli un po' in giro. Parla di Dario, uno scrittore che incontra l'anima gemella: incredibile! Esiste una ragazza nerd come lui, che adora l'orrore, i videogame violenti e il rock satanico... peccato che abbia l'hobby di succhiare il sangue. Inconsciamente sa che si tratta di una vampira, ma non l'ammette a se stesso: non bisogna dimenticare che siamo noi a permettere a quei mostri di distruggerci. Loro attendono al di là del vetro, ma siamo noi ad aprire la finestra e a lasciarli entrare...

 

Hai curato anche la sceneggiatura di un graphic novel, Love will tear us apart (come la canzone capolavoro dei Joy Division), in tandem con Alberto Lingua, che si è occupato, invece, dei disegni. Com'è scrivere pensando a un'immagine? Il processo creativo che si trova alla base della sceneggiatura per un graphic è la stessa di quella che si trova alla base di un racconto/romanzo? Che rapporto hai con fumetti, graphic e manga? Li leggevi, li leggi tuttora?
Love will tear us apart era nato dall'esigenza di raccontare quel che mi suggeriva la canzone dei Joy Division, cioè amore, morte e desiderio che si rincorrono per tutta la storia. Mi divertiva l'idea di farne un fumetto: sceneggiare, infatti, è emozionante, specie quando vedi le tue immagini mentali tradotte in disegni... è un po' come girare una specie di film, ma senza dover pensare al budget e a tutte le complicazioni che ci stanno dietro. Ovviamente, è importante un ottimo livello di affiatamento con il disegnatore: per esempio, io e Alberto avevamo gusti letterari e cinefili in comune e ci capivamo al volo. I fumetti li adoro: il contagio è cominciato da ragazzina con Dylan Dog (di cui ovviamente posseggo i primi numeri originali) e ne divoro tantissimi. Tra i miei preferiti Preacher di Ennis/Dillon, Y-L'ultimo uomo di Vaughan, Cal McDonald, il nerissimo acchiappamostri di Steve Niles, Elektra assassin di Miller/Sienkewicz e un classico della graphic novel come Blankets di Craig Thompson. Tra i manga metterei a pari merito il romantico Videogirl AI con lo spietato Battle Royal e il delirante MPD Psycho.

 

Il tuo ultimo libro è una raccolta di racconti interamente scritti da te: Il re dei topi e altre favole oscure. Il titolo mi ha fatto subito pensare ad un altro grande autore che, come te, si occupa di “materie oscure” come il gotico, il noir, l'horror, il fantasy. Sto pensando a Neil Gaiman (tra l'altro, anche lui con Sandman ha sceneggiato un graphic novel!). Hai mai letto i suoi libri? Ti piace come scrittore?
Neil Gaiman è bravissimo, ammiro la sua capacità di inserire il magico nel quotidiano e di descrivere il mondo attraverso la lente del sogno e del fantastico, ma senza trascurare l'ironia e la crudeltà, che fin dai tempi dei fratelli Grimm sono propri delle fiabe. E della vita. Ne Il re dei topi utilizzo lo stesso espediente, raccontare il lato oscuro della realtà attraverso la fiaba... di certo mi ha influenzata. Da ragazzina mi svenavo per comprare i fumetti di Sandman in edicola e Nessundove è un mio libro culto. Mi sento in forte sintonia con lui, senza dimenticare che siamo entrambi dello scorpione!

 

Sulla copertina del tuo libro (Il re dei topi...) spicca trionfante la fascetta di complimenti di Joe Lansdale. A parte l'emozione di avere un suo commento così entusiasta (che immagino debba esser stata quasi ingestibile!), hai avuto modo di incontrarlo? Come vi siete conosciuti? Leggevi i suoi romanzi?
Dei libri di Joe R. Lansdale ero appassionata già da tempo, quando ancora non era famoso in Italia. Avevo cominciato a leggerlo incuriosita dalla sua splendida introduzione al fumetto Preacher di Garth Ennis e su una bancarella avevo trovato una preziosa copia dell'Urania originale La Notte del drive in. L'ho conosciuto dal vivo al Noir in Festival di Courmayeur e mi è piaciuto ancora di più: ha un talento e un entusiasmo fuori del comune, e nessuna presunzione. Quello di far leggere qualcosa di mio agli scrittori che amo è sempre stato un mio sogno e la disponibilità di Lansdale mi ha lasciato senza parole. Superfluo dire che quando mi è arrivato il suo commento ai miei scritti sono praticamente svenuta!

 

Oltre ad essere una scrittrice sei anche una traduttrice di successo, avendo tradotto i libri di autori come Jeffrey Deaver e Jeff Lindsay. Il mestiere di traduttrice ti limita in qualche modo nella creatività oppure ti consente semplicemente di sperimentarla in modo differente?
Tradurre è un'ottima palestra per la scrittura. Spesso, infatti, la difficoltà non è tanto capire il senso della frase in inglese, ma trovare le parole adatte per esprimerla in italiano. È importante saper entrare nella testa dell'autore, oltre che usare creatività e buon senso nel dar voce ai personaggi: lo slang di un ragazzino di Harlem non si può tradurre con il linguaggio di una flemmatica signora inglese. Lo stesso Dexter ha una parlata caratteristica, da serial killer galantuomo, con continui giochi di parole legati all'allitterazione con la “D” che moltiplicano l'effetto ironico della storia.

 

Rimandando in qualche modo a Lindsay, guardi le serie tv? Cosa ne pensi della trasposizione televisiva di Dexter (a mio avviso il vero capolavoro televisivo degli ultimi 10 anni, o forse più...)?
Non ho molta pazienza di seguire le serie tv, specie i tormentoni come Lost. Ultimamente però ho apprezzato Dead set, che ha ripreso il discorso degli zombie, aggiornando il pungente spirito di critica sociale romeriana. Il recente Walkin' dead, invece, lo trovo noioso e scontato, oltre al fatto che i mostri sono ben realizzati, ma sono pochissimi. Lo zombie è un mostro di massa! Riguardo a Dexter, lo traducevo prima ancora che uscisse il telefilm e, come capita spesso, sono rimasta più legata alla versione scritta. I libri sono più oscuri e cattivi: per esempio, nella versione originale i figli di Rita vengono educati da Dex a diventare due piccoli serial killer, dettaglio omesso dalla serie che non dimentica il serpeggiante buonismo americano, anche quando si cimenta con il politicamente scorretto. Devo però dire che i due attori che interpretano Dex e sorella sono perfetti e la loro performance vale tutto il telefilm.

 

So che ami anche molto il cinema, specie quello horror, dark, cupo, oscuro... Qual è il tuo regista preferito, se ne hai uno? E un film che non ti stancheresti mai di guardare?
Infatti adoro il cinema e sogno di vedere una mia storia trasformata in immagini. Scegliere un regista preferito sopra tutti mi è davvero impossibile, sono troppi! Però un film che ho visto e rivisto e ha influenzato la mia scrittura è Tesis di Alejandro Amenabar. L'ha girato quand'era appena studente, con un budget molto basso e senza effetti speciali, ma fa una paura dannata... Un altro mio cult è La morte corre sul fiume di Laughton, una fiaba nerissima con Robert Mitchum nei panni del boogey man più inquietante della storia del cinema. E poi Ghost World di Terry Zwigoff, sono fissata con quel film, forse perché da ragazzina mi sentivo un po' come Thora Birch. Oddio, ne ho già detti tre!

 

Facendo un piccolo excursus nel cinema horror dal passato fino a oggi, dimmi per istinto cosa preferisci e perché tra: horror del passato/horror del presente; splatter, gore/thriller, suspense; vampiri del passato/vampiri del presente; zombie del passato (lenti)/zombie del presente (veloci); infine, ovviamente... meglio zombie o vampiri?
Sono affezionata ai film degli anni Ottanta, lo splatter di Peter Jackson, Carpenter, Craven, Yuzna & soci, perché li vedevo da ragazzina, e spesso erano vietati ai quattordici e proibiti. Mi affascina anche il cinema degli anni Settanta, i cosiddetti “gialli” come li definiscono in America, cioè i thriller torbidi di Lenzi, Fulci, Argento e, ovviamente, del maestro Mario Bava. E poi i film di zombie, da Romero in poi, basta che le creature siano lente... gli zombie veloci mi danno in testa, non c'è il tempo di soffermarsi sullo splatter, avviene tutto troppo rapidamente. Quelli che non tollero sono i film videoclip densi di effetti speciali, in cui si avvicendano scene d'azione prive di suspense (stile l'ultimo Resident Evil), oppure gli horror intellettuali come Martyrs, fatti per scandalizzare, ma senza una vera passione per il genere. Per me oggi i due più promettenti registi del genere sono Robert Rodriguez e Alexandre Aja: Machete e Piranha 3-D sono imperdibili. Meglio zombie o vampiri? Zombie forever, senza dubbio... basta che non diventino trendy pure loro!

 

Intervista a cura di Luna Saracino

 

 
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