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Lo stereoscopio
Scritto da Claudia Petrazzi   
Thursday 01 July 2010

In breve Mentre al cinema imperversano le proiezioni in 3D (ritrovato e rinnovato), nell'Ottocento ci si intratteneva con lo stereoscopio, strumento "anti-noia" capace di ricreare piccoli mondi in tre dimensioni.

 

Ancor prima della nascita della fotografia si era diffuso nei primi anni dell'Ottocento un metodo per ottenere effetti tridimensionali tramite una coppia di immagini. Era consuetudine di nobili e benestanti, riuniti nei loro ricchi salotti, intrattenersi con giochi di luce e bizzarrie ottiche di ogni tipo, manifestando una costante esigenza di sorprendersi e di assistere a piccoli spettacoli meravigliosi. L’interesse tipico di questo secolo alle leggi dell’ottica e ai giochi di percezione, portarono molti scienziati e studiosi a condurre studi al servizio di questi “capricci anti-noia”: il risultato furono delle invenzioni decisamente interessanti, come quella dello stereoscopio.

Esiste una leggera disparità tra la percezione visiva dell'occhio destro e quella del sinistro, e la non coincidenza delle due immagini assimilate permette di cogliere tridimensionalità e profondità. La percezione del rilievo volumetrico degli oggetti, ottenuta tramite la fusione delle due visioni monoculari (di ciascun occhio), è detta stereoscopia (dal greco stereo = tridimensionale, solido; scopìa = vedere). In pratica, la visione stereoscopica, altro non è che il nostro abituale modo di guardare il mondo: se ad esempio proviamo a coprire i due occhi alternativamente mentre osserviamo qualcosa, non solo le due immagini sono leggermente diverse e sfalsate sul piano orizzontale, ma anche bidimensionali.

Nelle foto: alcuni modelli di stereoscopio

Le prime ricerche sulla stereoscopia intesa come possibilità di ottenere immagini tridimensionali sfruttando il principio della visone binoculare, furono condotte intorno agli anni ’30 dell’Ottocento. Si costruirono apparecchi detti stereoscopi, più o meno complessi, costituiti principalmente da due lenti, ciascuna delle quali rivolta su un’immagine (dipinta o fotografica). Le due immagini rappresentavano il medesimo soggetto, ma da due punti di vista leggermente scostati lateralmente (i sei centimetri di distanza degli occhi). Gli occhi, avvicinati alle lenti (simili a quelle di un binocolo), ricomponevano i due disegni separati in un'unica visione tridimensionale centrale.
Intorno agli anni cinquanta dell’Ottocento esplose quindi una vera e propria mania per la fotografia stereoscopica (o stereografia). Divenne il genere più popolare nella seconda metà del XVIII° secolo, e l'industria si adoperò subito per produrre in serie questi apparecchi, che davano la possibilità al pubblico di godere di una magica illusione della realtà.

Si inventarono anche metodi per aumentare l'effetto atmosferico e la magia della visione. L'ottico francese François Auguste Chevallier, ad esempio, brevettò nel 1858 l'idea di utilizzare delle strisce trasparenti di seta colorata, per ottenere "effetti atmosferici diversi" nelle stereoscopie. La trovata fu subito ripresa da due inglesi, che costruirono uno stereoscopio con all'interno delle strisce di materiale traslucido che “coloravano” in diverso modo la luce in entrata.


(Coppia di immagini stereoscopiche)

Oggi chi possiede questi apparecchi li custodisce come pezzi di antiquariato e ben pochi conoscono la stereoscopia intesa come possibilità di cogliere la tridimensione. Probabilmente la causa è da rintracciarsi nell'ormai diffusa tecnologia virtuale (paradossalmente sviluppatasi proprio grazie a queste ricerche) e nelle enormi capacità della grafica computerizzata, che ci fanno pensare col sorriso alle due foto affiancate da osservare con le lenti. Per gli appassionati e i curiosi la rudimentalità di questi strumenti rimane di insostituibile bellezza, caratterizzata com’è dal fascino di un’epoca in cui si poteva fantasticare di magie e incantesimi, e sorprendersi ancora davanti alla visone di un piccolo mondo tridimensionale. (Claudia Petrazzi)

 

 
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