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La camera ottica: testimone dell’invisibile
Scritto da Claudia Petrazzi   
Thursday 14 October 2010

In breve Secoli fa, per rispondere al bisogno di osservare e riprodurre la realtà delle cose, venne alla luce un curioso e fondamentale strumento chiamato Camera Ottica. In breve tempo sconvolse e mutò il modo di dipingere...

 

Curioso porre attenzione alla necessità impellente del genere umano di catturare la realtà come la luna riflessa in un pozzo, di inseguirla, intrappolarla, catalogarla, immortalarla per sempre. Ancor più curioso notare come questo bisogno asfissiante lo abbia spinto a ricorrere a macchinosi espedienti che, alla fine, hanno spesso portato nella direzione opposta: l’esaltazione delle più profonde pulsioni emotive e dei propri tormenti, di gioie e dolori che modellano l’esistenza dell’umanità.

 

La camera ottica

Secoli fa, per rispondere al bisogno di osservare e riprodurre la realtà delle cose, venne alla luce un curioso e fondamentale strumento chiamato Camera Ottica. Si hanno documenti che attestano studi su rudimentali camere ottiche già dall’epoca medievale, anche se solo a partire dal XV° secolo questo strumento entrò regolarmente a far parte delle convenzioni artistiche (fino ad allora veniva utilizzato quasi esclusivamente dagli astronomi, per guardare le eclissi di sole comodamente e senza pericolo di danni alla vista). Il secolo d’oro della camera ottica fu comunque il Settecento. In questo periodo la cultura illuminista diede nuovo impulso allo studio della geometria e dell'ottica, facendo raggiungere la massima divulgazione a questo strumento, che fu ulteriormente perfezionato e divenne di uso generalizzato.

Ma in cosa consiste una camera ottica? Semplificando si tratta di una scatola (in certi casi un abitacolo oppure una stanza) completamente buia eccetto che per un foro munito di lente (obiettivo) posto di fronte al soggetto che si vuole catturare. Attraverso la lente l’immagine esterna viene proiettata nella scatola buia in modo invertito e speculare. Per ovviare al problema si adottò uno specchio che correggesse l’immagine proiettata.

 

 

I modelli di camera ottica diffusi nel Settecento erano due. Quello più completo veniva definito "a osservatore interno"; ne esistevano due tipologie, una meno diffusa detta a padiglione, con delle pareti sostituite da tende in cui si entrava con il busto, e un'altra a portantina, molto più ermetica. Quest'ultima consisteva in una specie di armadio trasportabile da due addetti. Alla sommità della camera uno specchio, regolabile dall'interno per mezzo di un'asta metallica, proiettava su un foglio di carta, attraverso l’obiettivo, la veduta da riprodurre. L'artista entrava all'interno della camera e si sedeva presso il ripiano su cui posizionava il foglio; l'immagine che compariva su di esso era la proiezione prospettica esatta del soggetto riflesso dallo specchio attraverso l'obiettivo. Ricalcandola, si poteva essere sicuri di aver ottenuto una rappresentazione rigorosamente simile all'originale. Un secondo modello di camera ottica, detta "a osseravatore esterno", era molto più maneggevole e trasportabile. Si trattava di una cassettina di legno di ridotte dimensioni (circa 40 cm di lato), dotata frontalmente di un obiettivo che, puntato sul soggetto, lo rifletteva su uno specchio interno inclinato, che a sua volta proiettava il soggetto capovolto su un vetro smerigliato. Ponendo un foglio di carta sul vetro e coprendosi con un panno nero per evitare il riverbero della luce esterna, era possibile ricalcare l'immagine del soggetto prescelto.

Un tipo particolarissimo e unico di camera ottica si trova a Fontanellato, piccola cittadina vicino a Parma. Il torrione sinistro della Rocca Sanvitale ospita una camera ottica del XIX° secolo che occupa l’intero ambiente interno, ideata come gioco di società per intrattenere ospiti e appassionati. Un gioco di lenti e specchi proietta all’interno della stanza due immagini dell’esterno, riproducendole in tempo reale. Una camera ottica fissa che ancora oggi fornisce le proiezioni di quello che accade fuori dalla torre, testimone del perpetuo modificarsi della realtà.

 

Il Vedutismo

L'adozione generalizzata della camera ottica sconvolse e mutò il modo di dipingere del XVIII° secolo. Si diffuse in questo periodo un genere pittorico chiamato vedutismo, i cui soggetti principali consistevano in architetture, strade e piazze cittadine, vedute di paesaggi e di campagne.

 


Nella foto: Francesco Guardi - “Campo santi Giovanni e Paolo”

 

Nelle intercapedini del realismo vedutista e dell’utilizzo della camera ottica come occhio incontaminato sul mondo si affacciarono curiosi esperimenti: ad esempio i capricci, una tipologia di vedute fantastiche e improbabili che combinavano sulla tela elementi di pura invenzione con altri tratti dalla realtà, oppure nascevano dall’estrazione e ricomposizione di monumenti da contesti diversi. Si trattava quindi di veri e propri collages elaborati dai pittori, che dalle riprese ottiche di varie vedute ne elaboravano altre, affiancando monumenti, accoppiando scorci e fondendoli insieme in nuove e sorprendenti vedute della mente. Piccole follie, libertà che l’artista si prendeva giocando con la sua abilità e con le possibilità del mezzo tecnico a disposizione, per un pubblico curioso e avido di particolarità paesaggistiche e perle di genio.

 


Nella foto: Francesco Guardi – “Capriccio lagunare con chiesa”

 

Il vedutista Francesco Guardi, oltre ai capricci, realizzò vedute e prese dirette di scorci di Venezia, la città nella quale lavorò per tutta la vita. I suoi dipinti hanno la particolarità di distaccarsi nettamente dalla linea generalmente seguita dagli altri pittori; le sue sono vedute mosse da pennellate veloci, vivaci, atmosferiche. Mancano della limpidezza di opere come quelle di Cataletto, in favore di una pasta malinconica e mossa prima di tutto dai suoi stati d’animo e dalle sensazioni percepite attraverso il contatto con la propria città. Una città che Guardi ci mostra prendendoci per mano e portandoci lontani dalle manifestazioni ufficiali, lungo vicoli e canali, ad osservare la gente nelle proprie occupazioni quotidiane e peregrinazioni. I personaggi sono macchiette sfuggenti, abbozzati velocemente e con tocco leggero; si muovono animando le vie della città, riversandosi vivacemente sulle piazze da calli e antri bui e sembrano allo stesso tempo volerci comunicare la precarietà dell’esistenza. Particolare è l’attenzione agli attimi che sfuggono, ai movimenti e al brulicare della vita: elementi che testimoniano un uso calibrato della camera ottica, affiancato da una costante rielaborazione personale, guidata più dagli occhi della mente che dall’obiettivo. Si scopre così una Venezia non ufficiale, a volte pigra, a tratti viva ed ebbra, altre volte timida e nostalgica. Forse molto più reale di quella ricercata e ricalcata attraverso la camera ottica. (Claudia Petrazzi)

 

L’angolo del fai-da-te!!
Come costruire una camera ottica...

Se questo sentir parlare di camere ottiche vi ha stuzzicato ingegno e curiosità, ecco alcune semplici indicazioni per costruire una rudimentale camera ottica fai-da-te e toccare con mano questo fenomeno: il mio consiglio è di mantenere dimensioni non troppo ridotte, per poter agevolmente osservare l’immagine ottenuta, ma potete anche utilizzare una comune scatola di scarpe.

Realizzate un abitacolo aiutandovi con tre pannelli di cartone, legno, o comunque tre sostegni che formino le tre pareti di un cubo. Coprite soffitto e ultima parete con un telo, disponendolo in modo che la parte frontale sia costituita come un sipario, con due lembi apribili. Disponete una lente d’ingrandimento su un sostegno e ponetela tra i due lembi di stoffa di modo che si aprano solo in corrispondenza di essa (l’operazione potrebbe essere eseguita anche sostituendo alla stoffa i due pannelli mancanti, ma si dovrebbe ritagliare in modo molto preciso il foro per la lente). L’importante è che la luce non entri nel nostro abitacolo se non attraverso la lente. Ponete il vostro archibugio in una stanza buia e scegliete un’immagine, magari una foto, da porre di fronte alla lente. Illuminate l’immagine con una pila (ci vuole molta luce, e tutta direzionata verso la foto) e osservate la messa a fuoco all’interno (occorre regolare la distanza della fotografia).

Noterete con piacere che la vostra immagine viene proiettata sul pannello opposto alla lente, in modo invertito e speculare (forse un po’ sfuocata perché il nostro tentativo è assolutamente impreciso e molto immediato). Ora siete pronti per dipingere la vostra veduta. (Claudia Petrazzi)

 

 
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