Home

Intervista a David "Diavų" Vecchiato
Scritto da Rossana Calbi   
Thursday 03 May 2012

In breve: Artista, curatore, fumettista, musicista, redattore, insegnante, gallerista dello spazio romano MondoPOP (www.mondopop.it). David Vecchiato si muove trasversalmente nelle sue attività mantenendo sempre l’idea di giocare con l’arte. Il suo mondo artistico è fatto di richiami alle forme culturali popolari e giocose. Diavù, questo il suo nome d’arte, racconta il pop surrealism.

 

Intervista a David "Diavù" Vecchiato

[Nelle foto: opere di David Vecchiato]

 

La galleria MondoPOP, che dirigi assieme a Serena Melandri, si occupa di pop surrealism, un genere molto criticato in cui molti individuano delle forme espressive banali e addirittura volgari. Il tuo punto di vista al riguardo?
Il pop surrealism risente di un pesante frainteso. C’è l’idea che debba essere uno stile estetico, un avvicinarsi a un certo tipo di segno. A mio avviso, bisogna rendersi conto che il pop surrealism viene dopo un certo tipo di arte, viene dopo l’arte concettuale, non è qualcosa che viene prima di Duchamp, ma dopo. Forse c’è anche molto di concettuale all’interno del pop surrealism, e molti dei suoi elementi, con cui bisogna confrontarsi, non sono quelli estetici. Quindi l’occhio che deve avere per forza quel taglio, deve essere grande ed espressivo, il viso da bambola, piuttosto che la natura posta in un certo modo nel fondo. A me fa molto ridere che facciano tutti dei gran testoni su dei copri piccoli piccoli. Gary Taxali può star benissimo dentro il pop surrealism, quello che fa Gary Baseman è totalmente diverso da quello che fa Nicola Verlato eppure possono rientrare entrambi in quell’etichetta. Ma io ho difficoltà con le etichette perché un movimento presuppone una frequentazione.

 

Che c’è, la frequntazione con internet ormai è possibile ovunque...
Sì la frequentazione c’è, ma Ryden nel lavorare a un’intervista uscita su La Repubblica XL (diavuinprogress.blogspot.it/2012/02/due-chiacchiere-con-mark-ryden.html) mi ha fatto ridere perché mi ha detto che è contento di essere nato quando è nato perché lo ha costretto a una solitudine ingenua nel lavorare. Quello che intendeva Ryden è che sarebbe stato grave e difficile nascere dopo per entrare nello spirito del tempo e forse sarebbe stato anche lui uno dei tanti su internet. Probabilmente si sarebbe perso in tutta quest’arte e avrebbe avuto una gran difficoltà nell’affermarsi.

 

Ritorniamo alle etichette che hai detto di non sopportare. Robert Williams individua e dà un nome alla lowbrow art, un’arte che in realtà c’è sempre stata in varie espressioni, perché c’è sempre stato il livello alto e quello basso spesso realizzato dallo stesso artista. A oggi il pop surrealism può essere considerata la deriva pittorica di quell’arte genericamente volgare e popolare, nel senso letterale del termine, che è stata definita lowbrow? Magari da questo presupposto pittorico potrebbe alzarsi e abbassarsi più facilmente sul piano concettuale.
Negli anni ’70 c’era gente che cresceva nelle officine di Ed Roth (artista e cartoonista statunitense, N.d.R.). Roth è stato il nonno di questo movimento che Williams chiamò lowbrow. E qua in Europa succedeva la stessa cosa, un sacco di gente, che veniva dal fumetto, dipingeva e faceva quadri e andava nelle gallerie e veniva "sputato" dai galleristi che dicevano: mamma mia, ma che fai i cartoni animati? Non si vendono in galleria! Ma quelli che facevano dipinti oltre che fumetto, negli anni ’80-’90 non si riconoscevano in una vera scuola di fumetto. Vedi Massimo Giacon, per esempio o quelli di Valvoline (inserto di quarantaquattro pagine al mensile alter alter nato nel 1977 diventato trimestrale nel 1986 con il nome Il grande alter e chiuso nello stesso anno, N.d.R.) che non sapevano bene, volevano solo fare un po’ di moda, un po’ di fumetto. Meno male che c’era Frigidaire (rivista fondata nel 1980, N.d.R) che dava una casa a tutti questi fumettisti che non rientravano nelle scuole canoniche e non erano amati dal mondo del fumetto. Basta pensare ad Andrea Pazienza: aveva un’espressione che andava miglia lontane oltre il fumetto, oltre il mercato-industria, ma questa forma d’arte veniva assolutamente rifiutata. Questi artisti non riuscivano a stare nel mondo del fumetto e neanche nell’ambito artistico. Anche io, che sono venuto dopo, negli anni ’90, ventenne, sono andato a rompere le scatole a tutti. Mi ricordo di una galleria in zona Pantheon, che aveva organizzato negli anni ’80 la mostra I love Paperino, a cui portammo i nostri lavori: fu favoloso perché nel vederli dissero che eravamo fantastici, ma il fumetto li aveva "rovinati". Anche in Italia, succedeva quello che contemporaneamente stava accadendo in America, solo che in California riuscirono a creare una coesione che ha permesso di far nascere Juxtapoz (rivista fondata proprio da Williams, N.d.R) e di far diffondere questo verbo. Qui, invece, te ne tornavi a casa. Perché lì sono più tranquilli, meno competitivi di quanto si creda, sono molto più attenti nel parlare male l’uno dell’altro. Queste sono cose che contribuiscono a far nascere un progetto o a farlo abortire. All’H.I.U., Happening Internazionale Underground al Leoncavallo di Milano, è stato invitato in più edizioni il fondatore di Last Gasp, Ron Turner. Tutto questo è finito nel 2003 ed è durato dieci edizioni, e questo vuol dire che agli inizi degli anni ‘90 si è iniziato a esporre graffiti, e si esponevano ancora le foto dei graffiti, perché non si parlava ancora di urban art. Il primo nel genere è stato Keith Haring che doveva essere considerato un graffitaro, uno che faceva street art ma che si confrontava con l’arte contemporanea.

 

 

Anche Basquiat, non trovi?
Era più un writer, perché andava a fare le scritte in giro come SAMO (pseudonimo con cui taggavano i loro lavori Basquiat e Al Diaz, N.d.R). Basquiat non andava a fare dipinti, i dipinti li ha iniziati a fare quando è entrato in galleria, quando Annina Nosei gli ha detto: vieni qui caro. Perché aveva visto che lavorava con la spazzatura. Keith Haring ha fatto urban art con molta consapevolezza. Ha semplificato il suo stile per finire sulle magliette e sui gadget. Belle le sue dichiarazioni tipo: “Io so che faccio arte nel momento in cui so che sto sui cappellini dei bambini del Bronx”. Cercò di essere molto semplice. Quando andava in metropolitana a disegnare i manifesti si portava il suo amico cameraman: sapeva che sarebbe finito in TV e quindi sarebbe stato arrestato, era tecnico in questo. Haring si è confrontato con l’arte contemporanea, con il situazionismo e lo ha fatto con molta intelligenza. Là secondo me inizia l’urban art, nel momento in cui il writing e la street art si confrontano, sia esteticamente che metodicamente, con l’arte contemporanea e la strada, che diventa una galleria a cielo aperto. Così nasce la urban art, molto influenzata dalla cultura pop che era dovunque in quel particolare periodo storico.

 

E l’Italia come rispondeva? Cancellava i graffiti di Haring realizzati a Roma?
L’istituzione sì, ma c’era fermento artistico anche qui. Quando fu fatto il primo Happening Underground al Leoncavallo era appena morto Haring. Solo che gli italiani non hanno trovato la coesione per stare al passo con i colleghi americani.

 

 

Allora perché far nascere una galleria in questo quadro italiano di disfattismo?
Invece è stato proprio questo il motivo che ha fatto nascere MondoPOP. Quando Serena Melandri mi ha detto che voleva storicizzare quello che era stato fatto in Italia, perché c’è stato qualcuno di importante nel movimento, ho pensato subito che fosse una grande idea! Abbiamo avuto Bad Trip in Italia, il professor Bad Trip! Che è stato inserito nell’arte psichedelica, ma non nasce nella psichedelia ed era già lowbrow, poi è diventato il simbolo del cyberpunk perché faceva le copertine di Decoder. Lui è molto pop già nei colori, molto pop surrealista, almeno per come intendo io il pop surrealism.

 

Sembra che non si riesca a definire proprio il termine pop surrealism?
In effetti, sì. A me fa ridere la parola pop surrealism perché è la contraddizione dell’uno e dell’altro termine. Il surrealismo era l’inconscio del singolo che diventava opera, il pop surrealismo è un inconscio collettivo che si esprime sulle opere. Il pop criticava la cultura pop, era una nota polemica nei suoi confronti, mentre il pop surrealismo lo esalta, ne usa tutti i codici, tutti i linguaggi, e lo commercializza con i toys, con le magliette...

 

Il pop surrealism quindi è un ossimoro di pop ed è un ossimoro di surrealismo. Forse perché nasce da una cultura bassa?
Sì esatto, mentre la pop art nasceva da una cultura alta. Anche perché nel frattempo c’è stata la globalizzazione e non sai se un’opera è stata fatta a Singapore o Chicago. Cosa che nell’arte era fondamentale fino a rieri. E questo adesso invece ha il suo fascino.

 

 

Forse anche per questo nasce in California, dove vede la luce e si sviluppa la tecnologia che ha permesso la globalizzazione?
Infatti sarebbe importante vedere quello che succedeva lì e come succedeva. Ma sono curioso di capire cosa accadeva nel resto del mondo... perché qualcosa accadeva in tutto il mondo. Stiamo parlando di gente che aveva in testa Biancaneve, visto che Biancaneve nasce negli anni ’30. Stiamo parlando di gente che in testa ha Disney, le Merry Melodies, poi sono arrivati i vari Tim Burton. Ma Biancaneve e gli altri sono stati i personaggi che ci hanno bombardato per tre generazioni. Il surrealismo applicato alla cultura pop, non è altro che i cartoni animati.

 

Ma lo hanno capito prima sempre in America.
Sì, Disney lo ha capito subito. Disney ha detto prima di tutti: Dalí vieni qui, collaboriamo. Poi erano due realtà che non potevano trovarsi. Da poco hanno tirato fuori il suo cartoon, ma non c’entra nulla con i lavori che faceva Dalí e che voleva fare lui, perché Dalí voleva animare i suoi quadri. Disney però lo aveva capito il genio di Dalí, aveva capito che la sua era arte, la sua e quella dei suoi collaboratori... perché Disney ha iniziato e poi si è messo a fare l’imprenditore.

 

Il futuro per gli artisti italiani?
Secondo me non è male, purché sappiano reinventarsi come artisti internazionali.

 

Ma allora qui in Italia?
In effetti, non credo che ci siano i tempi per diffondere questi immaginari a livello così ampio prima che siano morti. Secondo me quando riesci a collaborare bene con una galleria italiana che ti può presentare all’estero, allora devi cercare di proporti all’estero. Cerco di essere molto realista, mi confronto con i conti, anche se dopo me li dimentico subito; però vedo Serena che si fa delle domande preoccupata.

 

Ma visto il gusto per gli italiani vicino al figurativo, non ci dovrebbe essere un interesse maggiore per questa forma d’arte? Secondo la tua esperienza di gallerista cosa piace al pubblico italiano?
L’antico! Ma più che al pubblico, al compratore d’arte italiano piace l’antico. Il compratore tipo, preferisce farsi una copia di un quadro dell’Ottocento e magari ci spende un sacco di soldi. Io lo trovo delirante. L’Italia usa pochissimo la parola contemporaneo. Contemporaneo vuol dire ora. E le cose tu le puoi fare solo ora, non c’è domani e non c’è ieri. Bisogna essere attentissimi a quello che succede oggi, ma non per un discorso di moda, perché la moda che cos’è? La moda è guardare al contemporaneo e applicarlo al mercato. Io dico prima del suo utilizzo in moda. Io dico di guardare il contemporaneo ed esserci.

 

 

L’artista però non dovrebbe guardare oltre l’ora? Prevedere quello che io non riesco neanche a supporre? Vicino al filosofo, e magari precorrere lo scienziato avere delle visioni vere e proprie?
Sono d’accordo, l’artista deve girare più veloce del mondo, ma per fare questo devi avere il piede nel contemporaneo e darti lo slancio, non puoi averlo nel passato. Deve sentire il tempo che vive ma deve essere un visionario. Se hai il piede nel passato vivi la nostalgia dell’oggi! L’artista deve sentire il suo tempo.

 

L’arte deve e può ancora stupire?
Sì e per varie ragioni. Un po’ perché ci si deve chiedere ma questa cosa com’è stata fatta? E poi penso che le cose che ti hanno cambiato la vita, che ti hanno dato l’imprinting, che ti hanno svegliato, sono legate all’arte. Penso che l’artista abbia un grosso ruolo, anche sociale, è un po' il suo lavoro. Per questo bisogna stare attenti al contemporaneo, ma non al contemporaneo di chi fa arte come te. Chi fa arte come te non dovesti neanche guardarlo perché poi rischi di imitarlo, perché senti certe rappresentazioni come tue e le imiti. Allora tutti facciamo Ryden e diventa molto triste. Dobbiamo stare attenti a non pensare che quello è il pop surrealism. Ricordare che il pop surrealism nasce da un rifiuto, dal rifiuto di quello che è l’arte concettuale. Con l’invito a tornare al segno, alla pittura, un ritorno alle subculture, che fanno parte della cultura, che non sono inferiori alla cultura alta. Perché devo pensare che la mia vita l’ho dedicata a una cosa inferiore? L’alto e il basso si sono sempre confusi. Siamo umani non si può sempre sublimare, prima o poi si deve scendere in terra e giocare con quello con cui giocano tutti.

 

Il pubblico o la critica riconosce questo alternarsi di alto basso, riconosce anche il valore della cultura che viene definita bassa?
Forse c’è un po’ di ignoranza. I critici hanno devastato l’arte quando hanno smesso di fare vera critica, quando hanno iniziato a fare l’opera sull’opera. Quella non è critica. La critica è la lettura di un'opera d’arte, che devi rendere accessibile al pubblico. Ed è un lavoro fondamentale, perché il critico dà le chiavi di accesso al pubblico. Ma se lo scritto è complicato e non viene capito si allontana dalla lettura della critica e da quella dell’opera d’arte.

 

 

Entriamo nello specifico, un nome di un critico che fa danni?
Achille Bonito Oliva in un servizio di Magazzini Einstein, di Rai Storia, dichiara che gli italiani non ci sono nell’ambito della street art contemporanea. Prima ho detto proprio il contrario: quando nasceva il pop surrealism gli italiani c’erano. Quando io faccio vedere agli artisti stranieri Jacovitti, ma anche il Carosello, ne sono stupiti. E si stupiscono che il Carosello in Italia si faceva negli anni ’60. Vi è una certa tendenza a sputare schifo sugli italiani, e questo è sbagliato. Il disgusto può venire dopo, quando non c'è confronto, quando non si produce. Achille Bonito Oliva, invece, dice che gli italiani non esistono, che sono una copia provinciale degli americani. Come i jeans inventati dagli americani: gli italiani li hanno visti addosso ai cowboy e allora hanno iniziato ad indossarli.

 

Ma i jeans non sono stati inventati dagli americani, ma da Levi Strauss. Un commerciante ebreo emigrato in America dalla Baviera.
In realtà, più precisamente, li ha inventati un ebreo con una stoffa genovese, che si chiama blue-jeans perché era il blu di Genova, era il fustagno tinto nell’indaco e venduto nel '500. E allora penso che Bonito Oliva abbia proprio fatto l’esempio giusto, perché gli italiani inventano le cose e poi le svendono. Arriva qualcuno che dice: aspetta questo è geniale e lo mette nel mercato. E poi arriva l’italiano e dice: che figo, adesso me lo ricompro quello che ho svenduto. In un certo senso Bonito Oliva ha fatto proprio l’esempio perfetto, ma non credo che ne fosse pienamente consapevole. Perché lui lo faceva per denigrare la street art italiana, ed è un errore perché ci sono degli artisti di tutto rispetto che hanno un respiro internazionale. Solo perché un artista è italiano deve essere provinciale, solo perché è giovane deve essere un imitatore? Non credo. Se ha trovato una formula originale perché non riconoscerlo? Che un critico affermato come lui, dichiari una cosa simile, è un esempio di grave responsabilità. Perché un collezionista, un direttore di museo può farsi condizionare e questo produce un grosso danno all’economia.

 

Forse dipende anche dall’età dei critici, Bonito Oliva non è tra i giovani, e del suo contemporaneo ha saputo leggere molto pensa alla trasavanguardia definita proprio da lui, un po’ come Williams con la lowbrow.
Finché non sei morto sei vivo! Quindi puoi e devi rimanere nel contemporaneo e non nel passato. Questo è valido per tutti: artisti, critici e impiegati.

 

 

A cura di Rossana Calbi

» Nessun commento
Non ci sono commenti fino ad ora.
» Invia commento
Email (non verrà pubblicata)
Nome
Titolo
Commento
 caratteri rimanenti
 
< Prec.   Pros. >

Recensioni

Rubriche

 

cineforum

 

 

Non cinema

 

 

Non cinema

 

TRADUTTORE

 

 

 

PARTNER

 

 

 

 

 

 

CI TROVI ANCHE SU