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[Generazione di Fenomeni] Marco Pace (Pittore)
Scritto da Daniela Nativio   
Tuesday 17 April 2012

[GDF: giovani talenti creativi italiani]
In breve: Intervista al giovane artista abruzzese Marco Pace, che ci racconta il suo ultimo ciclo pittorico dedicato al mondo vuduista, tra inquietudini filosofiche e ispirazioni horror anni ottanta.

 

Lo studio del “selvaggio” è tra i motori di ricerca del giovane pittore abruzzese Marco Pace, i suoi dipinti indagano la condizione dell'uomo verso la meccanicità della metropoli, quest'ultima sentita come un enorme demiurgo meccanico che fagocita l'essere vivente. Dopo gli studi presso l'Accademia delle Belle Arti di Firenze e il diploma in Pittura Informale, Marco Pace ha esposto in diverse mostre tra le quali ricordiamo la personale “Free Postatomic Painting 2” a Londra. Dal 2007 lavora nel campo del fumetto, della scenografia teatrale e cinematografica. La sua “malattia creativa”, attualmente lo porta ad essere assistente nello studio di Gianni Pettena a Fiesole, uno dei più autorevoli artisti italiani. Oggi Marco ci parla del suo ultimo ciclo pittorico dedicato al mondo vuduista, tra inquietudini filosofiche e ispirazioni horror anni '80.

 

Parlaci del tuo rapporto con la pittura.
La pittura (la necessità di dipingere, disegnare, fotografare, pensare…) la subisco quasi come una malattia. Si parla degli artisti come di soggetti nati con un dono, il saper dipingere, scolpire, riuscire a esprimersi e raccontare con la materia; ma dal punto di vista psichico, per me, è una vera e propria malattia mentale. Ci sono dei periodi dell’anno in cui mi sento proprio su un altro pianeta, se mi parli non rispondo, mi scordo la strada di casa, metto le camicie al contrario, tutto perché la mia mente è affollata da immagini e devo dipingere per liberarmene… tutto questo da quando ero piccolo… secondo te non è una malattia mentale?

 

 

...sicuramente lo è! Ma nel tuo lavoro procedi in maniera istintiva o programmatica?
Potrebbe sembrare da queste parole, che il mio lavoro sia istintivo, invece è un lavoro altamente programmatico e ragionato: ho dei tempi molto lunghi di esecuzione e non faccio quasi mai disegni preparatori, tranne che sulla stessa tela che verrà dipinta.

 

Stai lavorando a un ciclo pittorico tutto dedicato al mondo vuduista. Come nascono queste visioni? E in che modo rivisiti la tematica del cannibalismo primitivo nei tuoi lavori?
Il ciclo pittorico di cui parli è ancora in evoluzione nei miei ultimi quadri e disegni e si rifà all'idea della decontestualizzazione dei soggetti. In realtà ci lavoro almeno da sei anni, ma i soggetti primitivi in effetti sono stati generati da una mia visita al "Musée du quai Branly", a Parigi. Avevo come l’impressione di aggirarmi in un cimitero: vedere i feticci, i costumi rituali, le maschere rinchiuse in teche di vetro mi impressionò molto… mi chiesi se quelle sculture avessero perso la loro magia o la conservassero ancora. Così iniziai a dipingere maschere e costumi tribali che prendevano vita nel museo, forse guidati dallo stesso stregone che le aveva indossate in qualche rito animista. Il potere di “apparire” in un altro luogo, è proprio della magia voodoo, così i miei soggetti appaiono in occidente, nelle nostre scuole di scultura quasi per prenderci in giro sulla nostra arte dedita ad abbellire le case dei dottori. Il cannibalismo è un tema che mi affascina e che ho cercato di rappresentare alcuni anni fa in una serie di schizzi che poi si svilupparono in pittura. Penso a quest’atto, a questo rito, per avvicinarmi mentalmente a quei popoli che ancora lo praticano. Mi piace pensare che mentre noi stiamo accompagnando le nostre mogli a fare shopping in un angolo del nostro piccolo mondo, un umano sta mangiando un suo simile. Tutto ciò mi spiazza, rendendo il mio pensiero surreale.

 

 

Quale lezione credi che l'arte primitiva abbia lasciato alla contemporaneità?
L’uomo che pratica la magia, tipica dei popoli “primitivi”, cerca di comunicare con i suoi morti, ha volontà di richiamarli in vita per non avere più timore della morte, è una profonda riflessione sulla vita. L’artista è il mezzo per arrivare a questo, esso non vuole creare il bello, non vuole vendere le sue opere, le usa come porta (che io chiamo “astrale” nei miei titoli), quindi l’oggetto artistico, come lo chiamiamo noi, non è più di questa realtà, va oltre la materia e l’esecuzione tecnica. Questo concetto è molto importante nell'arte contemporanea, soprattutto è tipica degli artisti concettuali, nasce rompendo i sentieri previsti dalle accademie: la sperimentazione è il coraggio di parlare un linguaggio fuori dagli schemi.

 

...dovremmo prendere esempio dai popoli "primitivi"?
Sono culture molto lontane dalle nostre, comunque la loro estetica ha cambiato molto la storia dell'arte, se pensi a Matisse, Gauguin a Giacometti, Picasso ecc. Anche in Italia l'Arte Povera insegna che l'artista non è un esteta.

 

 

Sempre sul rapporto tra l'umano e l'inorganico hai lavorato su un altro ciclo di dipinti molto interessanti che prende il nome di “Monkey Suicide”. Raccontaci di queste scimmie suicide?
La scimmia per me rappresenta l’uomo senza la scorza, le scimmie che si levano la vita gettandosi dalle architetture contemporanee è una metafora della tendenza umana all’autodistruzione. L’architettura è uno dei mezzi con cui l’uomo distrugge, e poi non penso che una scimmia riesca a suicidarsi gettandosi da un albero…

 

Nel tuo approccio alla pittura ci sono altri linguaggi artistici che senti vicino, come il cinema o la musica?
Certamente, soprattutto il cinema (la musica, invece, è il sottofondo necessario). Un esempio: tornando alla mia visita al quai Branly, mentre mi aggiravo per il museo sentivo un suono di tamburi e dei canti rituali, cercai la fonte e vidi che i suoni provenivano dal sonoro del film Divine Horsemen: The Living Gods of Haiti di Maya Deren. Quel film aiutò a coltivare la mia sensazione, lo trovai "sensazionale". Altro spunto notevole è stato il documentario Altra Civiltà Expedition in New Guinea di Livio Fornoni. I miei quadri hanno tutti un taglio cinematografico nel rapporto tra soggetto e contesto. Trovo interessanti gli ambienti urbani del cinema coreano. Vado anche spesso a visitare mostre di film d’artista, soprattutto quelle curate da Alessandro Sarri. Sono cresciuto guardando film horror anni ’80, ’90…li ho visti quasi tutti. Ultimamente ho visto The Human Centipede, favoloso, sia il primo che il sequel. Anche i film di animazione giapponesi come Akira, o i documentari naturalistici sono di grande importanza nella realizzazione delle mie opere.

 

 

Ci sono dei maestri nel tuo percorso artistico?
Stimoli ne ho di continuo, anche dai pittori mie coetanei. Ora mi interessa la pittura di Adrian Ghenie. Frequentando mostre scopro sempre bravissimi artisti. Rimanendo chiusi nel proprio studio non si arriva a niente, l'arte è "consequenziale". In Italia, parlando sempre di pittura, abbiamo dei grandi maestri contemporanei: Di Piazza, Campanini, Arrivabene, Samorì, Pessolli, De Grandi e molti altri. Comunque la fortuna di lavorare giornalmente con Gianni Pettena, essendo suo assistente, mi ha aiutato tanto... mi ha fatto crescere molto artisticamente.

 

 

 

A cura di Daniela Nativio

 

 
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