Il Film
CARATTERISTICHE DEL FILM:
Stile: austero e rigoroso ma innovativo nella sua fissità.
Ritmo: ipnotico.
Tensione: paradossale, nascendo dal nulla e arrivando a una sorta di parossismo inverso.
Emozione: l’assenza di sentimenti e vita che genera strazio.
Erotismo: sottile e nascosto.
Violenza: minima ma lacerante.
Sangue: simbolico.
Brividi: l’orrore di vivere.
Recensione:
La formidabile normalità del nulla
Quando si parla di cinema femminista, specialmente in relazione alla Feminist Film Theory, non si può prescindere dall’opera in esame. Negli anni ’70, quando Laura Mulvey e altre studiose si trovarono a criticare la struttura maschilista e patriarcale del cinema classico ed egemone, ci si pose il problema di come poter ribaltare davvero lo status quo, con un cinema che fosse femminista non solo per le storie, ma anche e soprattutto per il linguaggio. Al movimento denominato “avanguardia femminista”, i film di Chantal Akerman (e questo Jeanne Dielman, 23 Quai du Commerce, 1080 Bruxelles in particolare), diedero il loro fondamentale impulso.
Al centro di quest’opera straordinaria, una donna comune, la Jeanne del titolo, casalinga che vive col figlio e che di tanto in tanto si prostituisce per arrotondare. La regista la segue lungo tre giorni nel suo vivere quotidiano, nel perpetuo ripetersi delle stesse cose, nei rapporti col figlio, i parenti, i vicini e i clienti, nel vuoto della sua vita. Film agghiacciante e intensissimo nonostante le scelte anti-narrative e registiche, scritto dalla stessa Chantal Akerman, che sceglie una modalità di discorso e una forma cinematografica mai vista prima, scavando sanguinosamente nel profondo del personaggio e dello spettatore.
Lungo più di tre ore, che paiono quasi tempo reale rispetto ai tre giorni del tempo diegetico, il film (quasi una versione estesa e ancora più perturbante del ferrariano Dillinger è morto) mette in scena la desolazione e la banalità funerea della vita quotidiana, resa come una discesa in un abisso infernale fatto di pasti da preparare, calzini, lettere, radio, bambini da tenere ai vicini e umili persone da sollevare col sesso: tutto ripetuto in modo costante e asfissiante rendendo evidente (e a tratti insostenibile) il percorso tragico della protagonista. Akerman sceglie inquadrature lunghe, lunghissime e perlopiù fisse, piani (non)sequenza che attraverso figure intere e piani medi immortalano la vita di una donna comune. Una vita tanto normale da sembrare impossibile, ‘ripresa’ ad altezza di donna: i campi sono spesso tagliati in alto, non a caso sul volto degli uomini, negando così la logica dello sguardo voyeuristico maschile e i ruoli socialmente definiti.
Ed è proprio attraverso un controllo stilistico enorme e una cura maniacale del linguaggio che la regista sovverte le logiche dominanti: in primis con l’assenza quasi totale del campo/controcampo, scelta attraverso la quale condiziona le dinamiche di sguardo comuni relegando l’attenzione dello spettatore all’immagine e non al desiderio del “fuoricampo”, che arriva solo quando il male di vivere di Jeanne esplode. Un male di vivere che Akerman ricostruisce con straordinaria lentezza, precisione, puntualità e che ha forse l’unico limite (ma solo all’interno di una logica di radicale avanguardia) proprio nella “catarsi” finale dove, in un certo senso, viene liberato il malessere dello spettatore. Un film davvero epocale e fondamentale, che ha provato la strada più difficile eppure l’unica possibile per cambiare le barriere della comunicazione e del linguaggio. Resta nella memoria anche per la prova davvero unica di Delphine Seyrig, capace di raccontare il mondo in un gesto minimo. (Emanuele Rauco)
Da notare- La resa della ripetitività delle azioni, ricostruita con una precisione nelle angolazioni e nei tempi delle inquadrature che si apre a minime variazioni, indicando l’evolversi emotivo della storia (la scena del caffelatte, esempio principale).
Perché su Bizzarro- Non è mai stata portata sullo schermo la normalità del nulla in modo tanto accecante. Inolte, le scelte di regia, sono del tutto “fuori” da ogni schema.
Film (più o meno) simili: Dillinger è morto (1969), 71 frammenti di una cronologia del caso (1994).
Una scena del film
NOTE:
Edizione italiana: inedito in Italia
Scheda del film a cura di: Emanuele Rauco